Madonna di Crevole di Duccio di Buoninsegna. Riproduzione d'arte Salvadori
Madonna di Crevole di Duccio di Buoninsegna: retro della tavola. Riproduzione Salvadori

Madonna di Crevole di Duccio di Buoninsegna

Madonna di Crevole di Duccio di Buoninsegna. Riproduzione d’arte di Silvia Salvadori.

Icona sacra realizzata con tempera e foglia oro zecchino su tavola.
Opera eseguita con le antiche tecniche pittoriche della scuola senese del XV sec.

Misure: 21 x 26 cm

Descrizione

RIPRODUZIONE D'ARTE da Duccio di Buoninsegna (Silvia Salvadori, Riproduzioni d'Arte). Opera eseguita con le antiche tecniche pittoriche della scuola senese del XV sec. Icona, Madonna con Bambino (particolare del volto), Crevole. Icona sacra dipinta a mano. Riproduzione d'Arte da Duccio di Buoninsegna. Tempera e oro zecchino su tavola antica. Incisioni su oro a rilievo. Alla sua produzione giovanile appartiene la Madonna di Crevole che si trova al museo dell'opera del Duomo di Siena. In quest'opera sono evidenti i modelli della sua formazione: il panneggio schematico e l'uso dell'oro provenienti dalla pittura bizantina, elementi derivanti dalla miniatura gotica e motivi iconografici tipicamente bizantini. Nello stesso periodo mentre Cimabue e i suoi seguaci cercano di rappresentare lo spazio tridimensionalmente e volumetricamente, Duccio cerca di focalizzare la sua attenzione sull'eleganza delle forme e delle linee e sull'armonia dei colori. (Icone Sacre. Icona Sacra Madonna di Crevole di Duccio di Boninsegna. Icona Sacra Annunciazione, particolare, Simoune Martini. Icona Sacra)

Originale: Museo dell'Opera del Duomo, Siena.

Misure: 21x26 cm

Tecnica: Tecnica Originale: Tempera su fondo oro zecchino, tavola antica, incisioni su oro zecchino.

Note: Icona sacra dipinta a mano. Volto di Madonna. L'arte di Duccio aveva una solida componente bizantina, legata in particolare alla cultura più recente del periodo paleologo, e una notevole conoscenza di Cimabue, alle quali va aggiunta una rielaborazione personale in senso gotico, inteso come linearismo ed eleganza transalpini. Da Cimabue riprese l'impostazione delle figure monumentali e malinconiche, rendendole però con una linea morbida e una raffinata gamma cromatica. Non si aggiornò mai alla cultura tardo-antica, come fece Giotto, ma fece suoi i modelli orientali e nordici che aveva molto probabilmente avuto modo di vedere in opere trasportabili che facilmente circolavano in Toscana, quali codici miniati, libri di modelli, mosaici portatili, icone, avori ed oreficerie. Col tempo lo stile di Duccio raggiunse esiti di sempre maggiore naturalezza e morbidezza. Icona sacra dipinta a mano. Duccio, figlio di Buoninsegna, nacque probabilmente poco oltre la metà del Duecento. Il primo documento su di lui è del novembre 1278, quando venne pagato per dodici casse dipinte destinate a contenere documenti del Comune di Siena (opere perdute). Successivamente lo si ritrova citato in documenti che parlano di decorazioni di registri pubblici, anche questi andati perduti. Il 15 aprile 1285 gli venne commissionata la cosiddetta Madonna Rucellai, dalla Compagnia dei Laudesi per la chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, ora agli Uffizi. Venne detta "Rucellai" perché venne collocata nella cappella della famiglia Rucellai. In questa opera è raffigurata la Madonna col Bambino in maestà, fiancheggiati da sei angeli. L'opera si ispira alla Maestà del Louvre di Cimabue, dipinta circa 5 anni prima, tanto che a lungo venne creduta un'opera di Cimabue e tale errata attribuzione fu sostenuta a lungo, anche dopo il ritrovamento del documento di allogazione (1790). Questa "maestà" è un'opera chiave nel percorso dell'artista, dove la solida maestosità e l'umana rappresentazione di Cimabue viene incrociata con una maggiore aristocraticità, con un contenuto umano ancora più dolce. Inoltre vi immise un nervoso ritmo lineare, come sottolineato dal capriccioso orlo dorato della veste di Maria che disegna una complessa linea dal petto fino ai piedi. Degli stessi anni sono altre Madonne: quella del Museo di Buonconvento, quella della Galleria Sabauda di Torino, quella del Museo dell'Opera del Duomo di Siena, proveniente dalla chiesa di Santa Cecilia a Crevole, Madonna di Crevole, quella con tre frati francescani, ora nella Pinacoteca Nazionale di Siena. Sempre dello stesso periodo è il Crocifisso, ora in collezione privata, dove il Cristo con gli occhi aperti ed ancora vivo riprendeva un'iconografia di epoca romanica (il Christus Triumphans), molto rara alla fine del Duecento. Nel 1288 circa, realizzò la grande vetrata circolare dell'abside del duomo di Siena. Risale al 1308-1311 il suo capolavoro, nonché una delle opere più emblematiche dell'arte italiana: la Maestà per l'altar maggiore del Duomo di Siena, che restò esposta nel Duomo, anche se fra vari spostamenti, fino al 1878, mentre oggi è conservata presso il Museo dell'Opera Metropolitana. Finita nel giugno del 1311, era tale la sua fama già prima del completamento, che il giorno 9, dalla bottega di Duccio in contrada Stalloreggi, fu portata in Duomo con una festa popolare con tanto di processione: a capo di questa, il vescovo e le massime autorità cittadine, mentre il popolo, portando candele accese, cantava ed elargiva elemosine. Si tratta di una grande tavola (425x212 cm.) a due facce, anche se oggi si presenta tagliata lungo lo spessore secondo un discutibile intervento ottocentesco che non mancò di creare alcuni danni. Il lato principale, quello originariamente rivolto ai fedeli, era dipinto con una monumentale Vergine con Bambino in trono, circondata da un'affollata teoria di santi e angeli su fondo oro. La Madonna è seduta su un ampio e sfarzoso trono, che accenna ad una spazialità tridimensionale secondo le novità già praticate da Cimabue, ed è dipinta con una cromia morbida, che dà naturalezza al dolce incarnato. Anche il bambino esprime una profonda tenerezza, ma il suo corpo non sembra generare peso e le mani di Maria che lo reggono sono piuttosto innaturali. Alla base del trono, sta la preghiera-firma in versi latini: "MATER S(AN)CTA DEI/SIS CAUSA SENIS REQUIEI/SIS DUCIO VITA/TE QUIA PINXIT ITA" (trad.:"Madre Santa di Dio, sii causa di pace per Siena, sii vita per Duccio che ti ha dipinta così"). Il retro era invece destinato alla visione del clero, e vi sono rappresentate 24 Storie della Passione di Cristo, divise in formelle più piccole, uno dei più ampli cicli dedicati a questo tema in Italia. Il posto d'onore, al centro è dato dalla Crocefissione, di larghezza maggiore e altezza doppia, come anche la formella doppia nell'angolo in basso a sinistra con l' Entrata a Gerusalemme. In varie scene Duccio diede prova di essere aggiornato rispetto alle "prospettive" dei fondali architettonici di Giotto, ma in altre deroga volontariamente alla raffigurazione spaziale per mettere in risalto particolari che gli premono, come la tavola apparecchiata nella scena dell' Ultima cena (troppo inclinata rispetto al soffitto) o come il gesto di Ponzio Pilato nella Flagellazione, che è in primo piano rispetto a ua colonna nonostante i suoi piedi poggino su un piedistallo che è collocato dietro. Duccio non sembra quindi interessato a complicare eccessivamente le scene con regole spaziali assolute, anzi talvolta la narrazione è più efficace proprio in quelle scene dove un generico paesaggio roccioso tradizionale lo libera dalla costrizione della rappresentazione tridimensionale. La pala aveva anche una predella (la prima conosciuta nell'arte italiana) e a coronamento scene della Vita di Gesù e di Maria: queste parti non sono più a Siena ed alcune di esse si trovano al British Museum di Londra. Forse del 1314 è l'affresco con la Consegna del castello di Giuncarico, per la Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. Duccio morì forse nell'estate del 1319, lo stesso anno in cui i figli rifiutarono l'eredità, gravata da debiti onerosi. Fra i suoi collaboratori più fedeli Ugolino di Nerio e Segna di Bonaventura.

Prezzo: venduta.

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